city-landscape-slider

“Mamma e papà si separano”: come comunicare con i propri figli

La separazione coniugale è un evento significativo non soltanto per le persone che si separano, ma anche per chi rientra nel contesto affettivo della coppia, primi fra tutti i figli. Separarsi vuol dire fare i conti con i vissuti personali di fallimento, frustrazione, dolore, vissuti che però spesso sono camuffati dalla rabbia e dal tentativo di “distruggere” l’altro.

In questo turbinio di emozioni diventa però necessario “vedere” i propri figli e prendersi cura anche della loro sofferenza.

Spesso gli adulti tendono a rimandare temporalmente il momento della comunicazione della separazione ai propri figli nell’idea di proteggerli dalla sofferenza, o al contrario tendono a farlo istintivamente, fornendo troppe informazioni che il bambino non può e non dovrebbe sostenere.

Ma di cosa hanno bisogno i bambini?

I bambini hanno bisogno di sapere cosa sta accadendo nel loro ambiente di riferimento, hanno bisogno di conoscere quali cambiamenti ci saranno nella propria vita in seguito alla separazione, hanno bisogno di essere rassicurati su cosa non cambierà per loro, hanno bisogno di adulti che gli permettano di condividere i propri vissuti, hanno bisogno di sapere che separarsi non vuol dire perdersi.

I bambini devono poter elaborare il proprio dolore, e l’elaborazione passa sempre attraverso la conoscenza. Da qui l’importanza di comunicare ai propri figli la decisione della separazione (anche quando uno dei due genitori sente che sta “subendo” la scelta dell’altro).

Quali possono essere le reazioni dei bambini?

Non esistono reazioni univoche nei figli in risposta alla separazione, esse dipendono da troppi fattori per poterle categorizzare o per poter ragionare in termini rigidi di causa-effetto.

Le modalità di reazione dei bambini sono ovviamente correlate all’età, al temperamento del bambino, alla presenza di risorse nel contesto familiare e sociale di riferimento.

Tuttavia le risposte più comuni che si possono osservare sono:

  • Rabbia e aggressività che segnalano da subito la non accettazione della scelta genitoriale. In questi casi è importante leggere queste reazioni come espressione diretta del dolore e poterle accogliere comunicando al bambino “Capisco come ti senti, ti va di parlarne con me?”: in questo modo il bambino sentirà di potersi esprimere liberamente e non proverà quel senso di colpa che spesso anche gli adulti sperimentano quando esprimono il dolore attraverso la rabbia.

  • Chiusura in se stessi e isolamento sono reazioni di fronte alle quali occorre favorire una espressione del dolore diversa da quella verbale: si può quindi pensare di incoraggiare il bambino a disegnare o costruire insieme storie attraverso cui, indirettamente, il bambino fa emergere i propri vissuti.

  • Somatizzazione e regressione sono reazioni tipiche della fase prescolare, ma si possono riscontrare anche in altre fasi dello sviluppo. Anche in questo caso, un mal di pancia prima di andare a scuola, o la pipì a letto, non devono essere condannate o punite, ma è importante stare vicino al bambino e aiutarlo a superare questo momento di disagio, insieme.

Cosa dire esattamente ai figli?

Non esistono purtroppo formule per poter comunicare ai propri figli la separazione. Se ci fossero, molte coppie si sentirebbero certamente meno angosciate. Tuttavia esistono delle modalità sicuramente più funzionali di altre che andrebbero utilizzate per spiegare ai propri figli cosa sta accadendo in famiglia:

  • Comunicare in modo chiaro e semplice ai propri figli la separazione: evitare troppe spiegazioni, troppi dettagli di difficile comprensione (rischiano di creare solo angosce e confusione). Evitare altresì l’ambiguità rispetto alla scelta del genitore di lasciare il tetto familiare, per non alimentare nei bambini speranze di riunificazione della coppia. Sottolineare che la scelta non dipende dai figli, e che loro avranno sempre a disposizione mamma e papà anche se uno dei due vivrà in un’altra casa (senza che ciò significhi non vedersi o non sentirsi). Chiarezza e ascolto empatico sono necessari: i figli devono sentire che i genitori sono ancora pronti ad occuparsi di loro.

  • Comunicare in modo congiunto ai propri figli la separazione (a meno che non ci sia un conflitto tale da impedire la copresenza dei genitori). Questo vuol dire mostrare ai bambini che, nonostante la separazione, mamma e papà tengono entrambi al loro benessere. Inoltre, questa modalità, evita che il bambino possa essere esposto a “versioni diverse” dei fatti accaduti. Anche se verosimilmente uno dei due sta lasciando l’altro, i figli devono avere chiaro che nessuno dei genitori lascerà loro, nonostante i cambiamenti di abitazione.

È necessario, seppur faticoso, tenere separate le proprie emozioni da quelle dei propri figli, per evitare che essi si costruiscano l’immagine del “genitore cattivo che ci lascia soli”.

A tal proposito si riporta il caso di M. 6 anni, figlio unico. A lui il papà ha raccontato che il lavoro lo porterà via di casa molto spesso, per cui si vedranno solo durante il weekend (e non sempre). La mamma, invece, ha raccontato al figlio che il papà non vuole più vivere con loro perché ha litigato con lei.

In una situazione di tale confusione, dove la separazione è attribuita sia all’esterno (il padre che demonizza il lavoro) che all’interno (la madre che colpevolizza il padre), il bambino ha mostrato i primi segnali di disagio, impedendo alla mamma di andare al lavoro manifestando pianto e angoscia tanto da renderlo inconsolabile.

È necessario, per il benessere del bambino, poter comprendere le sue paure abbandoniche e soprattutto fornire una versione “univoca” circa la separazione così che questa possa essere gradualmente assimilata, compresa ed elaborata.

  • Prepararsi alla domanda: “perché vi lasciate”? specie nei casi in cui i bambini non sono mai stati direttamente esposti a situazioni conflittuali o litigi. In tal senso, si può dire che “mamma e papà non vanno più d’accordo e per questo hanno deciso di vivere in case diverse” ribadendo “saremo sempre la vostra mamma e il vostro papà, questo non cambierà mai”. Così facendo si offre ai bambini una generica motivazione che trova però rassicurazione nel fatto che i ruoli genitoriali non cambieranno così come non cambierà il loro essere figli.

  • Non temere le manifestazioni di dolore dei propri figli, ma al contrario, accoglierle. Questo significa anche mettersi nei loro panni e rassicurarli sul fatto che i cambiamenti non sempre sono negativi.

Come comunicare ai propri figli la presenza di un nuovo compagno?

Anche questa comunicazione deve rispettare le indicazioni sopra suggerite, ma soprattutto i tempi dei propri figli.

Spesso gli adulti trascurano che i tempi di “elaborazione del lutto della separazione” dei figli sono diversi dai propri. In molte situazioni, infatti, si arriva alla separazione dopo vari anni di convivenza conflittuale o di indifferenza. In qualche modo l’uscita di casa rappresenta per gli adulti l’aspetto formale di un processo interno già avviato.

Per i bambini non è così. Pur sapendo internamente che mamma e papà non vanno più d’accordo (non dimentichiamoci che i bambini possiedono un’intelligenza emotiva che spesso trascuriamo) tuttavia il momento in cui uno dei due lascia l’abitazione comune è la dimostrazione effettiva di quanto essi sentono.

È perciò fondamentale che la comunicazione ai propri figli di un nuovo partner segua un periodo in cui i figli hanno potuto sperimentare la coppia genitoriale come “separata” e abbiano quindi potuto elaborare questo nuovo assetto familiare.

Si riportano in tal senso le parole di F., 14 anni:

Io non sapevo neppure che mamma avesse un altro compagno e un giorno mi trovo questo qui davanti, a casa mia, e poi sempre più tempo stava da noi fino a che mamma mi ha detto che era il suo fidanzato …”.

F. si esprime con rabbia verso la madre e il nuovo compagno, non tanto per questa nuova presenza in sé, ma perché non si è sentita protetta, riconosciuta e considerata.

Da qui l’importanza, quindi, non di nascondere la presenza di un nuovo compagno ai propri figli, ma di tenere conto dei tempi del bambino oltre che del suo bisogno di chiarezza.

Comunicare alla scuola la separazione?

Trattandosi del secondo contesto di riferimento (sociale e affettivo) per un bambino, la scuola deve essere informata circa la separazione coniugale. Certamente alcune persone faticano a condividere la notizia della separazione, perché temono il giudizio altrui e/o perché “dire ad alta voce” vuol dire anche concretizzare una realtà interna dolorosa. Tuttavia si tratta di un passaggio importante nella misura in cui offre al bambino la possibilità di essere “compreso” laddove manifestasse segnali di disagio comportamentali.

La scuola può sostenere i genitori monitorando le eventuali difficoltà espresse dal bambino, e può sostenere il bambino stesso offrendo relazioni significative oltre il contesto familiare.

Per concludere:

  • I figli non sono responsabili, a nessun livello, della separazione: tenere in mente questo pensiero ci permette di tutelarli e tenerli fuori da inutili schieramenti;

  • I figli non devono diventare “ambasciatori” di comunicazioni dall’uno all’altro genitore;

  • Fare troppe domande quando trascorrono il tempo con l’altro genitore nel tentativo di avere informazioni sull’ex coniuge, intrappola i bambini in un patto di lealtà, dal quale è complesso uscirne;

  • Non tutti i segnali di disagio dei bambini sono la conseguenza della separazione!

  • I figli non sono surrogati del coniuge, dello psicologo, del mediatore familiare, sono figli ed è sano che mantengano questo ruolo!

  • Nascondere le proprie sofferenze per la separazione non è la soluzione per proteggere i figli dalla propria sofferenza: un conto è renderli consolatori di se stessi, un altro conto è poter contemplare che il dolore sia di tutti, grandi e piccoli;

  • Così come la scuola, anche i nonni possono essere un’importante risorsa, benché spesso siano coinvolti emotivamente nelle dinamiche di coppia. I bambini devono poter continuare a frequentarli se fino a quel momento è stato così;

  • Chiedere aiuto per se stessi e per poter essere d’aiuto ai figli non è mai una sconfitta.

Dott.ssa Francesca De Lorenzo

Psicologa dell’età evolutiva – Psicoterapeuta familiare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *