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Il gruppo di parola per figli di genitori separati.

Il gruppo di parola per figli di genitori separati

I bambini di fronte alla separazione dei genitori e alle trasformazioni familiari

Quando i genitori si separano alcuni bambini e adolescenti possono incontrare delle difficoltà nell’adattarsi alla riorganizzazione familiare; i figli si trovano a passare da un genitore all’altro, da una casa all’altra, entrano in relazione con eventuali nuovi compagni dei genitori. Non sempre l’ambiente circostante comprende le loro difficoltà e risponde in modo appropriato ai loro bisogni.

Per un tempo più o meno lungo i bambini possono non comprendere il senso di quanto sta avvenendo nella famiglia. Molti dubbi affollano la loro testa: “che cosa succederà?”, “il papà e la mamma forse lasceranno anche me? “non mi ameranno più?”.

La preoccupazione centrale di un bambino o di un adolescente è di perdere l’amore e il legame con i propri genitori, quel legame di attaccamento fondamentale per la propria sicurezza interna, da cui dipende la capacità di affrontare il mondo che li circonda.

Affinché i figli possano riprendere serenamente il corso della propria vita vanno aiutati a capire che anche se i genitori non vivono più insieme, loro non perderanno il legame con il papà e la mamma (e i fratelli).

Spesso i genitori possono essere in difficoltà nel parlare con i propri figli dell’esperienza della separazione perché per primi sperimentano la sofferenza legata alla fine del legame. Così avviene che proprio nel momento in cui i figli avrebbero più bisogno di risposte rischiano di sentire distanti i propri genitori.

Cosa provano i figli quando i genitori si separano?

Quando i genitori si separano i figli si sentono tristi, spesso sono arrabbiati e possono sentirsi soli, non sanno con chi parlare e la solitudine può amplificare difficoltà e preoccupazioni.

La gran parte dei figli tende a pensare che la responsabilità della separazione dei genitori sia propria, sperimentando sensi di colpa.

Quando la famiglia vive un momento di difficoltà, una parte della mente del bambino è come bloccata, le preoccupazioni e i dubbi possono invadere il suo spazio psichico.

Alcuni bambini possono non riuscire a trovare le risorse per comprendere quello che avviene all’interno della famiglia e sentono il bisogno di pensare di continuo ai genitori e all’idea che possano tornare insieme. A scuola possono avere difficoltà a concentrarsi, possono ritirarsi in se stessi, non aver più voglia di stare con gli amici o fare sport.

Spesso le preoccupazioni dei bambini e degli adolescenti riguardano gli aspetti organizzativi: “la mamma penserà alle mie cose per la piscina?”, “papà si ricorderà che devo andare dal dentista?”. Un figlio che pensa di continuo “chi mi verrà a prendere a scuola?” non può concentrarsi e impegnarsi in altre attività.

Di cosa hanno bisogno i figli di genitori separati?

Hanno bisogno di uno spazio in cui poter essere ascoltati, in cui condividere dubbi, preoccupazioni, emozioni.

È importante che il bambino possa dare senso alla propria storia; ciò non significa capire tutto, ma accettare che quello che accade tra mamma e papà non dipende da lui, per poter riprendere il suo posto di bambino o adolescente.

Che cos’è un GRUPPO DI PAROLA?

È uno spazio dove i bambini/adolescenti si riuniscono per condividere una stessa esperienza: la separazione dei genitori e le trasformazioni familiari. È un luogo per condividere, parlare, ascoltare, capire, disegnare, essere tristi, essere allegri.

Nel gruppo ogni bambino/adolescente porta un pezzo di sé e prende qualcosa di cui ha bisogno che gli fa del bene. Il gruppo permette così uno scambio di risorse “se condivido le difficoltà, le mie risorse crescono”.

Il gruppo di parola non è un gruppo terapeutico, è un gruppo di sostegno e di scambio.

È uno strumento di prevenzione primaria dei legami familiari e dei legami intergenerazionali (Prof. M. Simon, 2007).

Il gruppo ha una cornice strutturata, con regole, strumenti ben definiti e metodologie creative.

È composto da 4-8 bambini dai 6 ai 10 anni e adolescenti dagli 11 ai 14 anni e due conduttori specificamente formati. Sono previsti 4 incontri di due ore a cadenza settimanale. Nell’ultimo incontro è previsto un momento di condivisione genitori-figli.

Quali sono gli obiettivi del Gruppo di parola?

La partecipazione al gruppo di parola consente a bambini e adolescenti di comprendere meglio quello che accade all’interno della famiglia. Li aiuta a trovare risorse e strategie per affrontare i cambiamenti e le difficoltà. Migliora la comunicazione con i propri genitori.

Il lavoro che si fa all’interno del gruppo di parola, utilizzando vari strumenti creativi, permette di liberare lo spazio psichico del bambino e dell’adolescente da dubbi e preoccupazioni, consentendogli di investire verso il mondo esterno, per fare nuove conoscenze, imparare nuove cose, accrescere le proprie competenze.

I risultatati della ricerca condotta dalla Prof. Marie Simon (Lione, 2007) mostrano che l’esperienza dei gruppi di parola aumenta l’autostima dei bambini, la loro capacità di affrontare le difficoltà e consente loro di trovare strategie di adattamento ai cambiamenti.

Iscrivere un figlio ad un Gruppo di Parola è un’opportunità per lui di vivere meglio

le trasformazioni familiari”

(Marie Simon)

Bibliografia

Dolto F. 1988, Quando i genitori si separano, Mondadori, Milano, 1991.

Emery R., La verità sui figli e il divorzio, Franco Angeli, 2008.

Marzotto C. (a cura di), I gruppi di parola per la cura dei legami familiari, Franco Angeli, 2015.

Simon M., I gruppi di parola per bambini e adolescenti che vivono la rottura dei legami familiari, Minori e Giustizia, n.3/2012, Franco Angeli, 2012.

Simon M., Gruppi di Parola per figli di genitori separati, Corso Universitario 2018 Istituto Metafora, Roma.

Veggetti Finzi S., Quando i genitori si separano, Mondadori, Milano, 2005.

Winnicott D.W., I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina, Milano, 1987.

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“Senza di te, dopo di te”: vivere la separazione

“La nostra vita inizia e finisce con una separazione e ogni cambiamento,
ogni crescita implica un processo di separazione.
La separazione ci può far paura,
ma può anche diventare opportunità di crescita e lo sfondo di una spinta verso il futuro”.
Margherita Spagnuolo Lobb

Sono sempre più numerose oggi le coppie e le famiglie che si trovano ad affrontare la separazione, uno dei possibili esiti della crisi di coppia.

La fine del rapporto di coppia è uno dei momenti più dolorosi nella vita affettiva di un individuo, rappresenta un evento critico stressante che, quasi sempre, implica una profonda ristrutturazione personale e relazionale.

Il fallimento del progetto coniugale mina la percezione della propria identità, obbligando l’individuo a mettere in discussione i propri obiettivi, desideri e motivazioni.

La separazione, essendo un’esperienza di perdita, è spesso accompagnata da sofferenza, rabbia, paura, incertezza, delusione e sfiducia. Se tali vissuti, anziché essere riconosciuti ed elaborati, vengono negati o agiti attraverso modalità aggressive, si rende più lungo e faticoso il superamento della crisi.

L’elemento di imparità, ovvero il fatto che solitamente uno dei due partner è più determinato nella propria scelta mentre l’altro la subisce, può contribuire a rendere l’accettazione della realtà molto dolorosa.

Le difficoltà aumentano quando si è anche genitori. Il cambiamento dell’assetto familiare per i bambini può essere destabilizzante, soprattutto se avviene in un clima di insicurezza e instabilità. Se tale stress si prolunga nel tempo può divenire un fattore di rischio per il loro benessere.

Non è la separazione in sé ad essere fonte di difficoltà per i figli, quanto l’elevata conflittualità che spesso l’accompagna. Se i genitori rimangono concentrati nella lotta con l’ex partner, possono non essere in grado di leggere e rispondere ai bisogni dei loro figli, finendo per compromettere la propria funzione genitoriale. Se al contrario i genitori riescono ad evitare eccessi di conflittualità e trovano strategie di collaborazione, i figli superano con minori disagi la situazione.

L’individuo e la famiglia possono superare le difficoltà collegate a questo evento critico attivando un processo di cambiamento in cui i bisogni di tutti vengono tutelati.

La separazione coniugale è un processo che dura nel tempo e coinvolge non solo la sfera legale, ma anche la sfera genitoriale con la ridefinizione della relazione come genitori, la sfera sociale con la riorganizzazione della propria rete sociale e la sfera psichica con il recupero della fiducia in se stessi e nelle proprie capacità a prescindere dalla presenza dell’ex partner, che consente di progettare con maggiore consapevolezza il proprio futuro.

Ogni crisi per essere affrontata e superata va riconosciuta, elaborata e fatta propria.


UN AIUTO PSICOLOGICO PUÒ ESSERE UTILE:

Di fronte al faticoso compito di realizzare un’effettiva separazione emotiva e psicologica può essere utile un sostegno psicologico per affrontare e superare al meglio tale fase dolorosa.

Per la persona che sta vivendo la separazione significa trovare uno spazio e un tempo dove essere “ascoltata” e aiutata a comprendere ed accettare il fallimento e la fine del legame, per poter attivare le potenzialità e le risorse necessarie al proprio benessere.

Nel momento della separazione sostenere l’individuo significa accompagnarlo nel:

  • esprimere i propri vissuti e sentimenti;

  • accettare gli inevitabili mutamenti relazionali ed esistenziali;

  • separarsi in maniera rispettosa e non distruttiva;

  • collaborare nella funzione genitoriale in presenza di figli;

  • favorire l’attivazione delle risorse personali;

  • vivere meglio e con maggiore consapevolezza le proprie relazioni.


GRUPPO DI SOSTEGNO ALLA SEPARAZIONE:

Un’utile fonte di sostegno per chi sta vivendo o ha vissuto una separazione può essere offerta dal gruppo.

Il gruppo si pone come il luogo di incontro tra persone che condividono esperienze simili e offre un’opportunità di condividerle, ognuno con le proprie modalità e i propri tempi, accompagnati dal sostegno competente del terapeuta.

Il gruppo offre:

  • una fonte di sostegno emotivo per i suoi membri;

  • un luogo non giudicante, dove si lavora nel rispetto reciproco e in assoluta privacy;

  • una possibilità di arricchimento, grazie a nuovi punti di vista;

  • un contesto di crescita personale e relazionale, facilitato e potenziato dal confronto con l’altro.

Dott. Laura Evangelisti

Psicologa giuridica – Psicoterapeuta psicoanalitica

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“Mamma e papà si separano”: come comunicare con i propri figli

La separazione coniugale è un evento significativo non soltanto per le persone che si separano, ma anche per chi rientra nel contesto affettivo della coppia, primi fra tutti i figli. Separarsi vuol dire fare i conti con i vissuti personali di fallimento, frustrazione, dolore, vissuti che però spesso sono camuffati dalla rabbia e dal tentativo di “distruggere” l’altro.

In questo turbinio di emozioni diventa però necessario “vedere” i propri figli e prendersi cura anche della loro sofferenza.

Spesso gli adulti tendono a rimandare temporalmente il momento della comunicazione della separazione ai propri figli nell’idea di proteggerli dalla sofferenza, o al contrario tendono a farlo istintivamente, fornendo troppe informazioni che il bambino non può e non dovrebbe sostenere.

Ma di cosa hanno bisogno i bambini?

I bambini hanno bisogno di sapere cosa sta accadendo nel loro ambiente di riferimento, hanno bisogno di conoscere quali cambiamenti ci saranno nella propria vita in seguito alla separazione, hanno bisogno di essere rassicurati su cosa non cambierà per loro, hanno bisogno di adulti che gli permettano di condividere i propri vissuti, hanno bisogno di sapere che separarsi non vuol dire perdersi.

I bambini devono poter elaborare il proprio dolore, e l’elaborazione passa sempre attraverso la conoscenza. Da qui l’importanza di comunicare ai propri figli la decisione della separazione (anche quando uno dei due genitori sente che sta “subendo” la scelta dell’altro).

Quali possono essere le reazioni dei bambini?

Non esistono reazioni univoche nei figli in risposta alla separazione, esse dipendono da troppi fattori per poterle categorizzare o per poter ragionare in termini rigidi di causa-effetto.

Le modalità di reazione dei bambini sono ovviamente correlate all’età, al temperamento del bambino, alla presenza di risorse nel contesto familiare e sociale di riferimento.

Tuttavia le risposte più comuni che si possono osservare sono:

  • Rabbia e aggressività che segnalano da subito la non accettazione della scelta genitoriale. In questi casi è importante leggere queste reazioni come espressione diretta del dolore e poterle accogliere comunicando al bambino “Capisco come ti senti, ti va di parlarne con me?”: in questo modo il bambino sentirà di potersi esprimere liberamente e non proverà quel senso di colpa che spesso anche gli adulti sperimentano quando esprimono il dolore attraverso la rabbia.

  • Chiusura in se stessi e isolamento sono reazioni di fronte alle quali occorre favorire una espressione del dolore diversa da quella verbale: si può quindi pensare di incoraggiare il bambino a disegnare o costruire insieme storie attraverso cui, indirettamente, il bambino fa emergere i propri vissuti.

  • Somatizzazione e regressione sono reazioni tipiche della fase prescolare, ma si possono riscontrare anche in altre fasi dello sviluppo. Anche in questo caso, un mal di pancia prima di andare a scuola, o la pipì a letto, non devono essere condannate o punite, ma è importante stare vicino al bambino e aiutarlo a superare questo momento di disagio, insieme.

Cosa dire esattamente ai figli?

Non esistono purtroppo formule per poter comunicare ai propri figli la separazione. Se ci fossero, molte coppie si sentirebbero certamente meno angosciate. Tuttavia esistono delle modalità sicuramente più funzionali di altre che andrebbero utilizzate per spiegare ai propri figli cosa sta accadendo in famiglia:

  • Comunicare in modo chiaro e semplice ai propri figli la separazione: evitare troppe spiegazioni, troppi dettagli di difficile comprensione (rischiano di creare solo angosce e confusione). Evitare altresì l’ambiguità rispetto alla scelta del genitore di lasciare il tetto familiare, per non alimentare nei bambini speranze di riunificazione della coppia. Sottolineare che la scelta non dipende dai figli, e che loro avranno sempre a disposizione mamma e papà anche se uno dei due vivrà in un’altra casa (senza che ciò significhi non vedersi o non sentirsi). Chiarezza e ascolto empatico sono necessari: i figli devono sentire che i genitori sono ancora pronti ad occuparsi di loro.

  • Comunicare in modo congiunto ai propri figli la separazione (a meno che non ci sia un conflitto tale da impedire la copresenza dei genitori). Questo vuol dire mostrare ai bambini che, nonostante la separazione, mamma e papà tengono entrambi al loro benessere. Inoltre, questa modalità, evita che il bambino possa essere esposto a “versioni diverse” dei fatti accaduti. Anche se verosimilmente uno dei due sta lasciando l’altro, i figli devono avere chiaro che nessuno dei genitori lascerà loro, nonostante i cambiamenti di abitazione.

È necessario, seppur faticoso, tenere separate le proprie emozioni da quelle dei propri figli, per evitare che essi si costruiscano l’immagine del “genitore cattivo che ci lascia soli”.

A tal proposito si riporta il caso di M. 6 anni, figlio unico. A lui il papà ha raccontato che il lavoro lo porterà via di casa molto spesso, per cui si vedranno solo durante il weekend (e non sempre). La mamma, invece, ha raccontato al figlio che il papà non vuole più vivere con loro perché ha litigato con lei.

In una situazione di tale confusione, dove la separazione è attribuita sia all’esterno (il padre che demonizza il lavoro) che all’interno (la madre che colpevolizza il padre), il bambino ha mostrato i primi segnali di disagio, impedendo alla mamma di andare al lavoro manifestando pianto e angoscia tanto da renderlo inconsolabile.

È necessario, per il benessere del bambino, poter comprendere le sue paure abbandoniche e soprattutto fornire una versione “univoca” circa la separazione così che questa possa essere gradualmente assimilata, compresa ed elaborata.

  • Prepararsi alla domanda: “perché vi lasciate”? specie nei casi in cui i bambini non sono mai stati direttamente esposti a situazioni conflittuali o litigi. In tal senso, si può dire che “mamma e papà non vanno più d’accordo e per questo hanno deciso di vivere in case diverse” ribadendo “saremo sempre la vostra mamma e il vostro papà, questo non cambierà mai”. Così facendo si offre ai bambini una generica motivazione che trova però rassicurazione nel fatto che i ruoli genitoriali non cambieranno così come non cambierà il loro essere figli.

  • Non temere le manifestazioni di dolore dei propri figli, ma al contrario, accoglierle. Questo significa anche mettersi nei loro panni e rassicurarli sul fatto che i cambiamenti non sempre sono negativi.

Come comunicare ai propri figli la presenza di un nuovo compagno?

Anche questa comunicazione deve rispettare le indicazioni sopra suggerite, ma soprattutto i tempi dei propri figli.

Spesso gli adulti trascurano che i tempi di “elaborazione del lutto della separazione” dei figli sono diversi dai propri. In molte situazioni, infatti, si arriva alla separazione dopo vari anni di convivenza conflittuale o di indifferenza. In qualche modo l’uscita di casa rappresenta per gli adulti l’aspetto formale di un processo interno già avviato.

Per i bambini non è così. Pur sapendo internamente che mamma e papà non vanno più d’accordo (non dimentichiamoci che i bambini possiedono un’intelligenza emotiva che spesso trascuriamo) tuttavia il momento in cui uno dei due lascia l’abitazione comune è la dimostrazione effettiva di quanto essi sentono.

È perciò fondamentale che la comunicazione ai propri figli di un nuovo partner segua un periodo in cui i figli hanno potuto sperimentare la coppia genitoriale come “separata” e abbiano quindi potuto elaborare questo nuovo assetto familiare.

Si riportano in tal senso le parole di F., 14 anni:

Io non sapevo neppure che mamma avesse un altro compagno e un giorno mi trovo questo qui davanti, a casa mia, e poi sempre più tempo stava da noi fino a che mamma mi ha detto che era il suo fidanzato …”.

F. si esprime con rabbia verso la madre e il nuovo compagno, non tanto per questa nuova presenza in sé, ma perché non si è sentita protetta, riconosciuta e considerata.

Da qui l’importanza, quindi, non di nascondere la presenza di un nuovo compagno ai propri figli, ma di tenere conto dei tempi del bambino oltre che del suo bisogno di chiarezza.

Comunicare alla scuola la separazione?

Trattandosi del secondo contesto di riferimento (sociale e affettivo) per un bambino, la scuola deve essere informata circa la separazione coniugale. Certamente alcune persone faticano a condividere la notizia della separazione, perché temono il giudizio altrui e/o perché “dire ad alta voce” vuol dire anche concretizzare una realtà interna dolorosa. Tuttavia si tratta di un passaggio importante nella misura in cui offre al bambino la possibilità di essere “compreso” laddove manifestasse segnali di disagio comportamentali.

La scuola può sostenere i genitori monitorando le eventuali difficoltà espresse dal bambino, e può sostenere il bambino stesso offrendo relazioni significative oltre il contesto familiare.

Per concludere:

  • I figli non sono responsabili, a nessun livello, della separazione: tenere in mente questo pensiero ci permette di tutelarli e tenerli fuori da inutili schieramenti;

  • I figli non devono diventare “ambasciatori” di comunicazioni dall’uno all’altro genitore;

  • Fare troppe domande quando trascorrono il tempo con l’altro genitore nel tentativo di avere informazioni sull’ex coniuge, intrappola i bambini in un patto di lealtà, dal quale è complesso uscirne;

  • Non tutti i segnali di disagio dei bambini sono la conseguenza della separazione!

  • I figli non sono surrogati del coniuge, dello psicologo, del mediatore familiare, sono figli ed è sano che mantengano questo ruolo!

  • Nascondere le proprie sofferenze per la separazione non è la soluzione per proteggere i figli dalla propria sofferenza: un conto è renderli consolatori di se stessi, un altro conto è poter contemplare che il dolore sia di tutti, grandi e piccoli;

  • Così come la scuola, anche i nonni possono essere un’importante risorsa, benché spesso siano coinvolti emotivamente nelle dinamiche di coppia. I bambini devono poter continuare a frequentarli se fino a quel momento è stato così;

  • Chiedere aiuto per se stessi e per poter essere d’aiuto ai figli non è mai una sconfitta.

Dott.ssa Francesca De Lorenzo

Psicologa dell’età evolutiva – Psicoterapeuta familiare